Il segreto: l'innovazione nella continuità

Intervista a Nicola Mincone

Lungo il percorso, il giorno della gara, si poteva assistere all’incredibile scena di tanti uomini e donne intendi a preparare panini, a distribuire acqua, vino, tè, frutta.

Nicola Mincone

Il nome di Nicola è inscindibilmente legato alla Miglianico Tour. Da oltre un ventennio ne è il Patron. A lui si deve quel salto di qualità che ha reso la manifestazione un punto di riferimento del podismo di massa internazionale. Sempre attento ai cambiamenti che avvenivano nel mondo della corsa su strada ha saputo di volta in volta cogliere ed anticipare le novità. Nell’intervista prefigura il destino del Tour per i prossimi dieci anni.

Qual'è stato il primo approccio con la Miglianico Tour?

Il primo approccio è stata una notizia portatami da Mario Amicone. Nel 1971 ero militare a Roma a Castelgandolfo. Io e Carlo Antonelli incontrammo casualmente Mario in centro, facemmo una passeggiata per il corso e la conversazione, com’è naturale che fosse, cadde su Miglianico. Mario ci raccontò che in paese c’era grande fermento per l’organizzazione di una corsa ‘a piedi’. Tanta gente ci stava. Sulpizio Arnaldo detto Barone era il favorito, ma tanti si stavano allenando, soprattutto di notte per non farsi vedere.

E, quindi, il battesimo di fuoco, quando è avvenuto?

Nella seconda edizione. Facevo già parte dell’organizzazione, Walter Sallustio e Roberto Terenzio mi facevano scrivere a mano i diplomi di partecipazione, la sera, nel retrobottega di Walter, un negozio di scarpe, via Roma 14, che diverrà la sede storica dell’Ades, perché avevo una bella calligrafia. Ricordo le interminabili discussione sull’organizzazione, sulle iscrizioni, sui milanesi che sarebbero tornati, Roberto Terenzio e la sua famiglia. Ma partecipavo anche come concorrente, rivaleggiando con amici di Miglianico con i quali c’era un’accesa competizione. Arrivare primo dei miglianichesi era un fatto di prestigio. E un paio di volte giunsi primo dei miglianichesi.

Era autentica passione sportiva?

La passione per lo sport l’ho sempre avuta, per la corsa in particolare. Da studente ho partecipato alle varie fasi dei campionati studenteschi. Andavo abbastanza bene sia nella corsa campestre che nei mille metri. Mi piace ricordare che un anno alla Civitella, allora lo stadio di Chieti, persi un mille perché partii un giro prima correndo tutto l’anello esterno e piantandomi negli ultimissimi metri arrivando quarto. Se avessi corso con giudizio forse avrei fatto il record italiano, perché quell’anno vinse Carlo Creati con 2’16” che andò a rappresentare l’Abruzzo alle finali nazionali.

Cosa significa il Tour per Miglianico?

La Miglianico Tour è sin dall’inizio stata sentita dai miglianichesi come una cosa propria. Lo testimonia la grande, spontanea e convinta partecipazione di tanta gente, sia come concorrenti che come coinvolti nell’organizzazione. Lungo il percorso, il giorno della gara, durante tutto il primo decennio, si poteva assistere all’incredibile scena di tanti uomini e donne intenti a preparare panini, a distribuire acqua, vino, tè e frutta. E nei giorni di vigilia a fare le scritte, a preparare le magliette, ecc. Insomma, la corsa è entrata nel cuore dei miglianichesi da subito. È stata questa la vera forza del Tour, quella che ne ha determinato l’affermazione. Cercando di rendere più evidente l’attaccamento alla corsa voglio raccontare due aneddoti che mi riguardano da vicino avendo essi come protagonista mio padre. Egli aveva partecipato in due o tre edizioni da concorrente. Una volta, sotto il podio, al momento della premiazione del più anziano partecipante lo sorpresi a dire, con quel suo piglio energico e determinato: “Porco ladro! devo diventare anch’io il più vecchio per prendere quel premio”. Un’altra volta, durante la corsa, incominciò a piovere e sul terreno bagnato gli si ruppero le scarpe, giunse al traguardo quasi scalzo. Si era impegnato tantissimo, aveva gareggiato benissimo. Ma il giorno seguente vedendomi e massaggiandosi le gambe mi disse: “Porco ladro! dammi qualcosa per queste gambe ché non riesco a camminare”.

Nella quinta edizione hai svolto il doppio ruolo di concorrente e speaker. Si racconta che Roberto Terenzio ti lanciò il microfono infuriato, uno strano modo di passare il testimone.

Il microfono Roberto, in realtà, non me lo lanciò, lo lasciò sul tavolo. Quando arrivai al traguardo, dopo aver disputato una bella gara, quell’anno arrivai quinto assoluto, Walter Sallustio mi si avvicinò e mi disse: “Nico’, per favore, riposati, cambiati e continua a fare lo speaker perché Roberto s’è incazzato e se n’è andato”. Quell’anno Roberto era militare, raggiunse con una licenza Miglianico appositamente per il Tour, andò in caserma a firmare, si tolse la divisa e andò in piazza. Era visibilmente stanco, nervoso, stressato e quando, annunciando al microfono gli arrivi, gli passarono alcuni numeri sbagliati s’incazzò, lasciò il microfono e se ne andò. Ma ciò non gli ha impedito di essere in seguito amico e di restare legato alla Miglianico Tour.

Il Tour ha sempre vantato come punto di forza la propria organizzazione.

Se la partecipazione è sempre aumentata dalla prima alla quarantesima edizione, anche se c’è stato qualche momento di stasi, ma mai un regresso vero e proprio, lo si deve soprattutto all’organizzazione. Il segreto del successo è dovuto al fatto che l’organizzazione abbia sempre saputo interpretare e soddisfare le aspettative del momento e di conseguenza adattarvisi. Tanto che la Miglianico Tour ha fatto da modello per tante altre corse che negli anni, in vari comuni, si andavano progettando. E che il modello funzionava è testimoniato anche dal fatto che altre gare ‘antiche’, impostate con un’organizzazione diversa, come quella di Cepagatti o di Sulmona, sono negli anni scomparse. La Miglianico Tour è l’unica manifestazione abruzzese che in quarant’anni non si è mai fermata.

Tu sei sempre stato impegnato in politica: a Miglianico hai rivestito la carica di consigliere comunale, vicesindaco e, per due consiliature, di sindaco. Ha pesato questo fatto sul Tour?

Indubbiamente l’aver ricoperto cariche amministrative mi ha facilitato nell’organizzare un evento così importante, soprattutto nel rapporto con la gente e con gli sponsor. Ma l’idea che ho sempre cercato di imprimere è che la Miglianico Tour andava intesa come qualcosa che non appartenesse a questa o a quella amministrazione comunale, a questo o quel colore politico, ma al paese tutto. Proprio questa connotazione di appartenenza cittadina e non politica è servita a far conoscere il paese all’esterno. Anche oggi che la partecipazione della gente alla manifestazione ha perso un po’ del suo carattere spontaneo, resta forte il senso di
appartenenza, l’orgoglio di essere miglianichesi, cittadini del paese che organizza
il Tour.

Miglianico Tour come fattore di identità comunitaria. Ma in ogni caso si registra un calo nella spontaneità del contributo.

La perdita di spontaneità è dovuta anche al fatto che le condizioni oggettive sono cambiate, nei primi anni era facile mettersi ai bordi del percorso con un canestro ed offrire un grappolo d’uva ai partecipanti in quanto questi erano al massimo una sessantina, oggi superano il migliaio per cui c’è bisogno di un’organizzazione più rigorosa e meno spontanea. In ogni caso per i miglianichesi dopo i festeggiamenti per San Pantaleone, il santo patrono, c’è la Miglianico Tour. Non va dimenticato che ancora negli anni ottanta, quando cominciammo ad invitare atleti di fuori regione, soprattutto del nord, per mancanza di collegamenti semplici con gli alberghi di Pescara e anche per penuria di risorse finanziarie, diverse furono le famiglie che si misero a disposizione per ospitare atleti. Così furono ospitati atleti del calibro di Pizzolato, Bettiol, Lenzi, Giadi e tanti altri.

E qui veniamo ad un altro aspetto dell’evoluzione della corsa, la presenza di campioni nazionali ed internazionali.

Tutte le manifestazioni giunte a un determinato livello del loro sviluppo, se voglio continuare a crescere, devono appoggiarsi a personaggi che fanno parlare di loro. Fu così che alla Miglianico Tour incominciammo ad invitare qualche atleta importante reduce da campionati nazionali, europei, olimpiadi. Non fare questa scelta avrebbe significato restare relegati ad un ambito locale, al massimo provinciale e regionale. Questi atleti, però, se da una parte espandevano la notorietà della manifestazione dall’altro producevano un abbassamento dell’interesse da parte del pubblico, nel senso che tutti si concentravano sui pochi grandi nomi e si disinteressavano del resto della corsa. Ciò ha prodotto un certo malessere tra gli amatori, che sono la vera essenza delle corse su strada. Insomma: il campione conferisce prestigio, ma l’attaccamento e la simpatia la danno gli amatori. Per salvare capre e cavoli, ci inventammo una corsa serale ad inviti, il Trofeo città di Miglianico che è andato avanti per undici anni. Sempre in quel periodo disegnammo anche un percorso alternativo di nove chilometri per i meno dotati. In ogni caso la presenza di nomi importanti ha aperto canali di comunicazione decisivi, la Rai incominciò ad interessarsi della corsa con ampi servizi messi in onda a livello nazionale. Oggi raccogliamo ancora i frutti di quella scelta.

È così che il Tour divenne una vetrina per il territorio?

La risonanza data dai media e la fama che andava mano a mano crescendo
tra gli appassionati ci fece prendere coscienza in maniera chiara e distinta di un dato che inconsciamente, ma solo inconsciamente, avevamo sempre compreso: la Miglianico Tour veniva a rappresentare un vettore eccezionale per la promozione del nostro territorio e dei suoi prodotti tipici. Di ciò c’erano tracce nei resoconti dei giornali, nei servizi della Rai e gli atleti dell’Ades, che partecipavano ad importanti Maratone e altre gare nazionali ed estere, potevano suggerire con orgoglio “venite a Miglianico a correre, potrete assaggiare il nostro vino, il nostro olio e i nostri ortaggi. Potrete godere del nostro mare, delle nostre colline e delle nostre montagne”.

Una grande manifestazione significa anche un cospicuo impegno economico. Da questo punto di vista come vanno le cose ora che c’è la crisi economica e che gli enti pubblici hanno ridotto se non cancellato del tutto i loro contributi?

Negli anni in cui non vi era crisi economica, fino a qualche anno fa per intenderci, la Miglianico Tour è sempre stata iscritta nel bilancio regionale, provinciale e comunale. Di conseguenza ha percepito contributi pubblici molto significativi, indipendentemente dal colore politico che rivestivano al momento le varie istituzioni. La logica era quella di salvaguardare le manifestazioni importanti. Negli ultimissimi anni, con la crisi, non vi è stato il coraggio di salvaguardare le manifestazioni sportive ‘storiche’ abruzzesi fino a giungere, in qualche caso, all’annullamento indifferenziato dei contributi. Ciò ha causato alle organizzazioni, che facevano affidamento su quei contributi, non poche difficoltà. Vi sono stati casi di manifestazioni regionali molto importanti che hanno dovuto saltare qualche appuntamento. Fortunatamente, questo non è stato il caso della Miglianico Tour. E in ogni caso è auspicabile un’inversione di tendenza che non metta sullo stesso piano, per fare solo un esempio, il Trofeo Matteotti di Pescara con una delle tante sagre dedicate a questo o quel prodotto più o meno tipico.

Passata la quarantesima edizione ci si prepara per il traguardo della cinquantesima. Cosa prevedi per il prossimo decennio?

Intanto spero di giungere al traguardo della cinquantesima edizione in buona salute. Come ho già detto il tratto distintivo della Miglianico Tour è stato quello di sapersi adattare di volta in volta alle esigenze del momento. È stato per questo spirito di adattamento che nel tempo abbiamo invitato atleti importanti, per poi separarli dagli amatori in un trofeo a parte e quindi, come nelle ultime edizioni, ricongiungerli in un’unica corsa. In ogni caso per il prossimo decennio prevedo un Tour all’insegna dell’austerità, e non solo e non tanto per via della crisi economica, quanto per il fatto che l’amatore va riscoprendo il significato vero di questi appuntamenti che è quello della partecipazione indipendentemente dal momento agonistico. Non credo che ci sarà più quel gran numero di premi come in passato, a volte elargito anche in maniera alquanto stucchevole. Insomma, l’amatore torna a correre perché gli piace, perché la corsa è comunione, è stare insieme, è vivere un momento di gioia e allegria. Prevedo anche premi che verranno attribuiti per estrazione tra i partecipanti, indipendentemente da risultato agonistico. Insomma, immagino e spero in una sorta di ritorno alle origini per quanto riguarda i valori che informeranno la nostra straordinaria corsa.

Nicola Mincone al traguardo in compagnia di uno stremato Alvaro Di Federico.