Intervista a Roberto Terenzio

Le strade di sera si riempivano di ombre che correvano nascondendosi tra i raggi impietosi della luna

Roberto Terenzio

Roberto è il padre indiscusso della Miglianico Tour. Studente milanese, casualmente avviato al podismo nel Parco Lambro, trascorre le estati nel centro chietino, paese di nascita del padre. Qui trasmette la passione per la corsa ad alcuni giovani locali ed insieme ad essi realizza l’idea che da tempo ha in mente: una gara aperta a tutti dove il piacere della corsa sopravanzi quello della competizione.
Dal 2010 è cittadino onorario di Miglianico.

Roberto Terenzio è il padre, o forse sarebbe meglio dire la ‘madre’, della Miglianico Tour. La creatura, che ha compiuto cinquant’anni, è venuta su bene, ma vale la pena di ricordare gli attimi del concepimento, il parto, i primi passi.

Mi piace il tuo utilizzo della parola ‘madre’ in quanto essa per sua natura nutre ed ama, cosa che io ho fatto per anni nei confronti di questa mia figlia spirituale. Una leggenda che voglio sfatare subito è quella secondo cui la Miglianico Tour sia nata per caso, per gioco, una corsetta ideata da un gruppo di amici annoiati. Già all’inizio c’era un progetto serio che ha dato conferma di sé nel tempo. Per comprenderne a fondo la genesi bisogna riferirsi all’Italia della fine degli anni sessanta, in un clima di contestazione politica e con la crisi petrolifera alle porte. A quel tempo il podismo non era fenomeno di massa, ma pratica di alcuni soggetti che correvano nei parchi delle grandi città o nei viottoli di campagna e venivano additati con un sorrisetto beffardo come “matti”. Furono proprio alcuni di questi matti, miei amici, a convincermi ad indossare tuta e scarpette ginniche logore per sgambettare con pessimo stile al parco Lambro di Milano. Berrettone, testa incassata nella tuta per non essere riconosciuto, sudore a profusione, ma polmoni ossigenati ed un pensiero fisso: forse i “matti” erano gli altri. Sapevamo infatti che in altre nazioni venivano organizzate manifestazioni cosiddette “non competitive”, riservate ad amatori delle corse lunghe e dure su strada che raccoglievano un certo numero di adesioni e un buon interesse nel pubblico. Fu sotto gli alberi e nei sentierini del parco Lambro che correndo, sudando, nel cervello mi si faceva strada un’idea sempre più insistente.

Dietro quell’idea che andava germogliando nella tua testa c’era anche una figura di riferimento.

Sì, Renato Cepparo, un estroso imprenditore dalla forte personalità. Questi aveva raccolto intorno a sé qualche decina di appassionati podisti e sciatori dalla scorza dura. I miei amici lo incontrarono, partecipando alla “Quattro giorni di Nimega” in Olanda. 200 chilometri suddivisi per 50 chilometri al giorno. Renato Cepparo, che pochi anni dopo avrebbe organizzato la prima spedizione italiana in Antartide, stava già pensando ad un movimento amatoriale che desse vita ad eventi analoghi in Italia. Il mio incontro con lui fu decisivo. Cepparo, che a cinquant’anni aveva un bagaglio di esperienze incredibili, si esprimeva in modo affascinante e coinvolgente ed io, appena ventenne, pendevo dalle sue labbra. Pensava di organizzare una marcia od una corsa sulla distanza della maratona riservata anche agli amatori e non solo ai tesserati Fidal. Conoscendo o sospettando la diffidenza della federazione ufficiale costituì la Fiasp (Federazione Italiana Sport Popolari). Un suo motto mi si stampò nella mente: “Ragazzo ciò che sanno fare gli altri devi saperlo fare anche tu, credi nelle tue capacità”.

E quindi ti presentasti a Miglianico con questo viatico.

A Miglianico era nato mio padre. Ci andavo nel periodo estivo per le vacanze. Con alcuni amici e mio cugino Marco affrontavamo percorsi notturni, un po’ a piedi e un po’ di corsa, con i cani randagi attaccati alle calcagna. Uno dei percorsi più frequentati era quello che veniva chiamato “il giro di Gregorio”. È durante questi percorsi notturni che l’idea si faceva sempre più ossessiva. Mettere in pratica quanto Cepparo mi aveva insegnato: organizzare una manifestazione podistica aperta a tutti. Impegnavo buona parte del tempo libero vacanziero a scarabocchiare su un notes appunti di quanto mi frullava in testa.

E da quegli scarabocchi su un blocco notes nacque il Tour.

Sì. Nel mitico negozio di scarpe di Walter Sallustio, in via Roma, stava nascendo quella che sarebbe diventata una splendida realtà sportiva italiana. Modelli da seguire non ve n’erano, lo spirito doveva, perciò, essere pionieristico, da apripista, visionario. Ma se non c’era il modello per lo meno c’era il clima giusto. Un anno prima gli americani avevano messo un piede sulla luna, studenti e operai contestavano per trasformare radicalmente la società e allora perché un giovane universitario di Scienze Agrarie non avrebbe potuto organizzare una manifestazione sportiva ricca di sani e dimenticati ideali? Incominciarono così i primi contatti. Per i dirigenti Fidal l’idea appariva estranea alla loro veneranda tradizione e troppo rivoluzionaria. Fornivano scarsa collaborazione, ma, in compenso, erano fonte inesauribile di informazioni che puntualmente memorizzavo ed utilizzavo. Tutt’altra accoglienza da parte del Gruppo giudici gare e dei Cronometristi, da subito coinvolti con professionalità. Gli atleti tesserati, pur preoccupati per l’affaticamento dei tendini sui percorsi stradali, aderivano con immensa gioia. L’apporto degli amici delle contrade fu decisivo per il disegno e la verifica del percorso.
Nel 1989 Olivia Sarra, sempre ispirata poeticamente, ci compose una sorta di filastrocca:
La partenza cumince da la piazze,
pi Via Rome si va sempre diritte,
a San Giacome si vote a mana ritte,
si passe, pure si mò nz’arechinosce,
anninze addò ci steve lù cancelle rosce.
La curva Sarre, la curva di Mingone,
a lù Fore si ggire pi Caggialone.
Ddù vutate e ssì rrivate a Stelle,
li Piane, da Tundille a lù Tarlatelle.
S’aresaje nghì ddù zumpe a Sciuminette,
da elle la variante è nà cursette!

Quindi, tutto era pronto, mancava solo il via.

Magari. Qualcosa mancava ancora: la data, i soldi e uno sponsor. Ci appoggiammo al Comitato Festeggiamenti, da questo venne l’ultimo e decisivo aiuto. La manifestazione si sarebbe svolta l’8 settembre 1971 in occasione della Festa della Madonna delle Piane. Fece da sponsor la ditta Fratelli Adezio Calcestruzzi. A distanza avevo vinto una piccola sfida non dichiarata col mio maestro Cepparo che riuscì ad organizzare la Milano-Proserpio solo il 18 ottobre dello stesso anno e la prima Stramilano il 14 marzo dell’anno successivo.

Data fissata, un po’ di soldi trovati, uno sponsor ufficiale. La macchina da guerra organizzativa poteva partire.

Centrale era la comunicazione. Bisognava far conoscere la manifestazione, per incrementare il numero dei partecipanti e per favorire l’afflusso di spettatori. Iniziarono così volantinaggi giornalieri a tappeto nei bar, nei ristoranti, negli alberghi, nelle stazioni ferroviarie e negli stabilimenti balneari. Contattammo le redazioni giornalistiche e negli spazi delle iniziative estive delle cronache locali iniziarono ad apparire articoletti che segnalavano l’iniziativa. Ne scrissero Il Messaggero, Il Tempo, Il Resto del Carlino, Stadio e 7 Giorni 7. Nella barberia di Giovannino, in via Roma, prima e storica sede, si ricevevano le iscrizioni che aumentavano di giorno in giorno. Affidai l’organizzazione logistica a mia madre Adriana, con il compito di occuparsi di tutto quanto non fosse strettamente legato al podismo (rinfresco, servizi di assistenza, rispetto delle procedure istituzionali). Il Gruppo giudici gare e la Federazione italiana cronometristi di Chieti assicurarono la loro presenza, unico neo la Fidal che proibì la partecipazione degli atleti tesserati pena la squalifica. Qui non commento, erano altri tempi.

C’era poi la spontanea partecipazione popolare.

Era essenziale muoversi in sintonia con la gente, far capire che la “corsa” coinvolgeva tutti. Oggi posso con soddisfazione affermare che ogni famiglia in tutti questi anni ha dato qualcosa ‘col cuore’, chi partecipando, chi sostenendo, chi presidiando i servizi logistici, il servizio ristoro, il servizio “scopa” per raccogliere i concorrenti esausti, il servizio d’ordine, l’assistenza medica, chi occupandosi della pubblicità, dei servizi giornalistici e fotografici, chi disegnando divertenti bozzetti promozionali. La lista dei nomi sarebbe troppo lunga da riportare, voglio solo ricordare i miei genitori, i miei zii, mio cugino Marco e gli amici che trascorrevano le vacanze nella terra del miglio. Con una punta di presunzione e di orgoglio posso affermare che quella “pazza idea” ha coinvolto almeno tre generazioni di miglianichesi.

Insomma, un grande fermento, una grande eccitazione.

Grandissima. L’8 settembre si avvicinava e le strade di sera si riempivano di ombre che correvano nascondendosi tra i raggi impietosi della luna. I negozianti mi tempestavano di domande, nei bar e nelle famiglie non si parlava d’altro. I proprietari dei terreni ai margini del percorso mi chiedevano se era possibile allestire banchetti per rinfrescare i concorrenti ed offrire acqua, vino e frutta: una vera campagna di solidarietà per i primi eroici interpreti. Col numero degli iscritti aumentavano anche l’adrenalina e le preoccupazioni. I permessi, il medico al seguito, il ristoro, le condizioni meteorologiche. Ma il “Primo Giro Podistico Città di Miglianico” finalmente partì con settanta concorrenti e le note della marcia dei Bersaglieri. Vinse Pasqualino Colombaro tesserato Fidal di Pescara con l’ottimo tempo di 1 ora 10 minuti e 3 secondi. Per evitargli la squalifica, anticipata dai dirigenti della Federazione, il primo posto venne ufficialmente assegnato a Luciano Pantalone di Miglianico, il primo tra i non tesserati.

Come si passò da Giro Podistico a Miglianico Tour?

Ormai avevamo consapevolezza che l’evento era destinato a resistere nel tempo e che sarebbe cresciuto in prestigio. Ci voleva un nome importante che lo indicasse. La parola ‘giro’ era una scelta praticamente obbligata: Giro di Miglianico? Troppo banale e scontato. Erano gli anni del ciclismo epocale di Merckx, di Gimondi, di Ocana ed erano gli anni dove il Tour de France era la competizione per eccellenza, la corsa su strada che oscurava il fascino del Giro d’Italia. L’analogia ciclistica tra i due giri più noti agli sportivi facilitò la scelta: Tour di Miglianico? Quasi buono ma non perfetto. E finalmente l’eccellente intuizione di marketing: Miglianico Tour. La parola Tour nasce da qui, dalla voglia di fare qualcosa di grande e duraturo. E così è stato, la “corsa” è diventata internazionale, multirazziale, ha raggiunto gli scopi per cui era nata: una corsa per la solidarietà, una corsa per la pace. Oggi Miglianico è una città che corre e un giorno mi piacerebbe trovare questa indicazione anche nei cartelli stradali all’ingresso dell’abitato: “Miglianico – La città che corre”.

Poi, dopo la sesta edizione, hai mollato.

Sì, nel 1976 ho abbandonato la fattiva organizzazione. Era la sesta edizione e dopo l’arrivo dei primi concorrenti, essendo lo speaker avevo il microfono in mano, improvvisamente mi sentii terribilmente stanco, nervoso e carico di stress. Appoggiando il microfono sul tavolo compresi di non poter più sostenere un peso così forte nell’organizzazione. Non ero più un giovane studente ed ero ormai coinvolto in un impegnativo lavoro professionale. Walter Sallustio, con la sua grande sensibilità, capì al volo la situazione e con decisione immediata e carismatica affidò il microfono a Nicola Mincone, appena giunto al traguardo ed ancora stravolto dalla fatica. Questo episodio ha di fatto segnato il vero passaggio del testimone. Da quel giorno ho sempre seguito con affetto “la corsa”, del resto ne ero il padre, o la ‘madre’, come dici tu. Le fondamenta erano sicuramente robuste e hanno fatto in modo che Nicola Mincone ne diventasse il vero Patron, per anni l’ha portata avanti e continua ancora. Lo ringrazio per tutto quello che ha fatto e ringrazio anche l’amministrazione comunale per avermi voluto onorare, alla quarantesima edizione, della Cittadinanza onoraria. Un fatto che mi commuove.

Roberto Terenzio alla prima edizione della Miglianico Tour