Correre per una necessità vitale

intervista a Luciano Vinciguerra

Mi vestivo come un indiano Cherokee. Sono stato attratto dagli indiani fin da bambino.

Luciano Vinciguerra

Luciano, classe 1930, è sicuramente un "personaggio" abruzzese che non verrà dimenticato. Il suo amore per gli indiani d'America lo spingeva a correre scalzo e in tenuta da guerriero.
Ha partecipato a numerose edizioni della Miglianico Tour. Tra i protagonisti della prima edizione del 1971 si classificò terzo.

Rintracciare Luciano Vinciguerra classe 1930, ottantuno anni, l’indiano delle corse su strada abruzzesi e nazionali era un dovere per la completezza dell’informazione e per l’interesse che il soggetto ispira. Dopo alcuni tentativi siamo riusciti a contattare il fratello Sergio, di quattro anni più giovane, anch’egli podista, che si è mostrato immediatamente gentile e disponibile ad aiutarci a realizzare l’intervista. Pensavamo di trovare un soggetto bizzarro ed estroverso, invece abbiamo avuto di fronte, quando è venuto a trovarci accompagnato da Sergio, un uomo tranquillo e riflessivo, dolce e austero: un vero indiano, con la lunga chioma argentata, un camicione fiorato, jeans e sandali ai piedi. Luciano dal 2008 non partecipa più a manifestazioni podistiche per problemi di salute.

Tu sei stato tra gli iscritti alla prima edizione del Tour ed hai in seguito partecipato numerose altre volte. Cosa ricordi delle prime edizioni?

Delle prime edizioni della Miglianico Tour ricordo una grande allegria, un’euforia contagiosa. Gli amici raccontavano un sacco di barzellette. Quello che colpiva di più era la purezza degli intenti degli organizzatori, non c’era ancora Mincone, c’era un altro signore (Roberto Terenzio N.d.R.) che da Milano in estate si spostava a Miglianico appositamente per la gara. Si correva con scarpe da ciclisti, così dure che spaccavano i piedi. Era una gara faticosissima con i suoi saliscendi.

Prima della gara di Miglianico avevi partecipato ad altre corse in Abruzzo?

Di corse ce n’erano poche e molto particolari. La Corsa degli zingari a Pacentro in settembre, in discesa in mezzo al bosco. Gli zingari non si facevano male, io, invece, finivo la corsa con i piedi feriti. Guardandomi incuriositi gli zingari mi dissero che sembravo più zingaro di loro. La prima domenica di maggio c’era una corsa che da Popoli andava a Vittorito, proseguiva per Raiano e giungeva a Corfinio per tornare, costeggiando il fiume, nuovamente a Popoli. In ogni paese si allestivano tavolate dove si offriva vino, birra, pane e olio, frittata.

Hai iniziato presto a praticare sport?

Fin dall’infanzia nella Caserma Berardi, per il calcio usavamo una palla fatta di stracci cuciti tra loro. Nonostante lo stipendio da maresciallo di mio padre in famiglia era dura tirare avanti con nove figli. Più in là mi sono iscritto a varie società sportive chietine, ho gareggiato con grandi atleti quali Giovanni Sergio Palleri, primatista nelle siepi, persona squisita e Giovanni Cornacchia (olimpionico nei 110 ostacoli N.d.R.) nel Decathlon. La mia specialità erano i 400 piani, una gara durissima che si disputa quasi in apnea, infatti la chiamano “il giro della morte”.

Fino a qualche anno fa eri famoso non solo in Abruzzo ma in tutta Italia per la tua partecipazione alle gare su strada vestito da guerriero indiano. Lo si sarebbe detto un comportamento eccentrico, eppure conoscendoti dai l’impressione di una persona mite ed equilibrata.

Mi vestivo come un indiano Cherokee. Sono stato attratto dagli indiani fin da bambino, avevo pressappoco dieci undici anni. La prima volta che li ho visti è stato al cinema, li vedevo al contrario…

Al contrario…?

Sì, al contrario. Con altri ragazzini andavamo in un vicolo che fiancheggiava il cinema Pidocchietto (l’Eden N.d.R.) a Chieti, lì salivamo attraverso una grata per raggiungere una finestrella posta dietro lo schermo. Da lì le immagini si vedevano al contrario. Eravamo ancora sotto il Fascismo, c’era la guerra. In quei film gli indiani erano ancora i “cattivi” e nonostante questo mi attraevano per la loro fierezza. Sono stato anche in America per incontrarli, ho vissuto assieme a loro un periodo di vacanze. Sono delle persone correttissime.

Cosa significa la corsa per uno che si sente così vicino agli indiani d’America?

Immagino la corsa più che come uno sport, come un moto libero. Non sono mai stato attratto dalla competizione né adatto ad essa. Correvo per una necessità vitale interiore, continuamente a caccia di un’espansione psico-fisica. Se avessi conservato tutti i premi vinti nelle varie corse la mia casa sarebbe invasa da coppe e trofei, ma io ero così disinteressato ai premi che spesso mandavo qualcun altro a ritirarli sul podio e quando dopo una gara mi ritrovavo con una coppa in mano la regalavo al primo bambino che me la chiedeva. In quest’atteggiamento mentale c’era anche la lezione di mio padre che mi aveva insegnato a saper perdere. Agli indiani sono ancora legato, la mia stanza è ancora arredata come un tapee e come loro sogno ancora un mondo senza aspirazioni impossibili.

Luciano Vinciguerra
a piedi nudi vestito da guerrirero indiano lungo Via Roma a Miglianico.

Luciano Vinciguerra a piedi nudi vestito da guerrirero indiano lungo Via Roma a Miglianico.