La prima volta in Abruzzo

di Orlando Pizzolato

Ai margini della strada lo stridio delle cicale mi accompagnava e sembrava un canto di derisione nei iei confronti.

Orlando Pizzolato

Orlando è cittadino onorario del Comune di Miglianico.
Grandissimo maratoneta italiano, nel 1984 e nel 1985 ha vinto la Maratona di New York, è stato sul gradino più alto del podio anche alle Universiadi del 1985.
Ha vinto la Miglianico Tour nel 1986 e nel 1988.

I bocchettoni del cruscotto soffiano con vigore vampate d’aria come dei phon a pieno regime, e dai finestrini completamente abbassati entrava l’estenuante frinire delle cicale. E non era ancora mezzogiorno. Il cartello stradale indicava l’entrata nel comune di Miglianico ancora prima che la strada iniziasse a salire verso il centro. Una curva, due, tre e Massimo (Magnani), alla guida della Golf bianca, scalava le marce commentando “questa è strada del percorso” aggiungendo poco dopo “che si fa in discesa”. Dopo alcuni minuti eccoci nella piazza del paese, e prima di farci scendere Massimo cerca con lo sguardo una zona ombreggiata. Le lamiere dell’auto emanavano un intenso calore, piacevole da avvertire solo per dei villeggianti da spiaggia. Per noi invece quel calore sarebbe stato il nemico, il mostro, da vincere. Altro che correre forte; in tali condizioni climatiche era più importante arrivare sul traguardo, senza morire di fatica.

Era la prima volta che gareggiavo in Abruzzo, ed in quel paese arroccato sulle colline, a tiro da un risplendente ed invitante mare azzurro, il caldo sembrava più opprimente di altri momenti estivi. All’approssimarsi della gara i miei compagni iniziavano il rituale riscaldamento che a me sembrava uno spreco di energie, un’appendice alla sofferenza, il preambolo ad un calvario, ma da diligente corridore mi ero adeguato alla situazione. Nonostante il caldo e l’arsura non sudavo: l’aria avida di acqua rubava anche la mia umidità, mentre l’asfalto si ammorbidiva al contatto delle scarpe sulla strada.

Una gara che sarebbe durata un’oretta sembrava un impegno in grado di drenare ogni stilla di energia; ho quindi pensato di adottare una tattica avara, sparagnina di ogni singola caloria. Il mio calcolo non era condiviso da altri podisti, e così mentre in discesa mi lasciavo portare dalla forza di gravità, notavo che la testa della corsa era ben lontana, centinaia di metri più avanti. Ai margini della strada lo stridio delle cicale mi accompagnava e sembrava un canto di derisione nei miei confronti, ma più di così non potevo spingere: non volevo trovarmi ad arrancare lungo i tornanti e vedere il traguardo come un miraggio. L’arsura avvolgeva il mio corpo e non mancavo di agguantare ogni offerta d’acqua che mi venisse fatta lungo il percorso, sia che venisse da un bicchiere di plastica crepitante, da una spugna intrisa, da un fiotto che usciva caldo da un tubo di plastica. La gente sapeva che lo sforzo maggiore per noi podisti veniva dal caldo, ed il loro supporto alleviava in parte i disagi, che aumentavano ancora di più quando dalla campagna si tornava al paese. I tornanti da percorrere rompevano il ritmo ma aiutavano a togliere dallo sguardo la lunghezza della strada da percorrere. Il crescente entusiasmo del pubblico faceva però capire che il centro del paese non era lontano, e che il primo giro veniva messo alle spalle. Il secondo sarebbe stato ancor più duro, se si poteva pensare ad uno sforzo ancora maggiore. Nella discesa del secondo giro sentivo sempre le cicale frinire sugli alberi; si sa che anche per loro la bella stagione finisce, e così mi sono ritrovato a superare avversari spompati dallo sforzo eccessivo sostenuto nella prima parte della competizione.

Come possono cambiare le cose, spesso in maniera inaspettata: pochi chilometri prima la mia più grande preoccupazione era la sopravvivenza podistica; poco dopo invece avevo la mente completamente assorbita dall’impegno di dare il massimo.

I lunghi rettilinei che prima sembravano interminabili, in quel momento scivolavano rapidamente alle spalle, e così i tornanti, con lo sguardo che scappava avanti in cerca dell’ultima curva. E da lì l’abbraccio della gente, l’entusiasmo nel percorrere il rettilineo finale, lo spasimo dell’ennesimo respiro, lo sforzo dell’ultima falcata, la tensione del filo di lana che cede alla pressione del petto che avanza. “Ed anche questa è fatta” è stato il messaggio che il cervello ha inviato a tutto il corpo provato dallo sforzo. Stanco della fatica ma entusiasta per l’appassionante esperienza e per il calore del pubblico e dei tifosi. Miglianico è stata davvero speciale.

Orlando Pizzolato
firma alcuni autografi alla fine della gara del 1987.