La gara della vita

di Pasqualino Colombaro

Invece delle gambe sentivo una ruota che girava scorrevole, al posto dello stomaco un motore

Pasqualino Colombaro

Pasqualino è il vincitore della prima edizione della Miglianico Tour, ha studiato sociologia negli Stati Uniti dove vive tutt’ora a Boston.

Ricevo una telefonata la sera di un afoso sabato di agosto da Marcello Pacifico per annunciarmi che l’indomani a Miglianico ci sarebbe stata una “mezza maratona” su strada a cui poter partecipare invece del solito allenamento domenicale. Con il caldo che faceva stavo per dire di no: “dove sta Miglianico?” – “qua vicino, sopra al Foro di Francavilla. Ti veniamo a prendere in macchina”. La gara sarebbe iniziata intorno alle 10 di mattina.

Nonostante arrivammo a Miglianico con grande puntualità, io, Pacifico, Melatti, Ortensi e Vinciguerra, all’iscrizione ci rendemmo subito conto che le cose sarebbero andate a rilento. Scoprimmo che questa era la prima edizione. Non si capiva bene se si poteva partecipare, a che ora si sarebbe partiti, se bisognava iniziare il riscaldamento, dove sarebbe stata la linea di partenza, quanto lunghi erano i tratti di discesa, quanto quelli di salita, chi l’avrebbe cronometrata e quanto sarebbe stato lungo esattamente il percorso. Alcuni di questi dati erano essenziali per azzeccare il ritmo di gara e valutare l’affidabilità dei giudici, ma per questa gara capimmo che un pò tutto sarebbe andato a naso. Poco ci importava. Riuscimmo a farci l’idea che bisognava scendere giù dal paese fino alla pianura e quindi risalire, due volte di seguito. La distanza sarebbe stata di quasi 20 km. Era un pò di tempo che volevo spingermi verso i 3 minuti a km nelle gare lunghe ma, per iniziare, senza riscaldamento, pensai a un ritmo più moderato. Oltre a noi della Libertas Aterno e qualche altra faccia conosciuta, la massa dei concorrenti era costituita da una quarantina di scalpitanti giovani locali.

All’inizio ci ritrovammo ad affrontare la prima lunga discesa alla ricerca del ritmo e cercando di sistemarci in fila indiana. Come sempre in questa fase delle nostre gare su strada si cercava di verificare se e come si potesse restare insieme il più a lungo possible per aiutarci a tirare il gruppo. Alla prima curva, l’intero nugolo di giovani locali ci passò urlando a mò di folla scalmanata. Dopo un chilometro circa il nostro gruppetto aveva già trovato il ritmo e procedeva veloce e affiatato come un treno. Uno dopo l’altro passammo con piglio e decisione tutti i ragazzi che pur correndo ci sembravano immobili mentre li salutavamo “dal finestrino”. In questi frangenti è speciale il sentimento di soddisfazione di chi ha lavorato duro e sa di poter vincere la sfida, anche se sapevamo bene che questi erano solo dei ragazzi alla prima gara privi di una adeguata preparazione atletica.

La giornata era tersa, brillava di luce mentre davanti a noi si apriva il paesaggio agreste sottostante. Il caldo di agosto era insopportabile e si macinavano i chilometri con buona e agile andatura: ben sotto i 3’15” al km di media fino all’ultimo quarto del primo giro circa, poi d’improvviso, rimanemmo in testa io e Pacifico, tutti gli altri erano scomparsi come per incanto. Provai a spingere con un graduale allungo e invece di tener botta anche Pacifico si staccò. Il cuore e il respiro non sembravano risentire del maggior ritmo e mi ritrovai a spingere sempre di più, con gradualità e facilità, per tutto il resto della gara. Mi sembrava di poter cavalcare e passare la mia massima andatura da gran fondo senza sforzo, anzi con piacere. Ero consapevole del ritmo, della reazione di tutti i muscoli e mi sentivo sciolto, forte, pronto a qualsiasi sfida. Invece delle gambe sentivo una ruota che girava scorrevole, al posto dello stomaco un motore. Grazie alle endorfine? Non solo. Non ero mai stato così pronto e in condizione in tutte le molte gare fatte fino ad allora.

A metà del lungo rettilineo dietro di me Marcello era sparito da un pezzo e le mie gambe correvano come se fossi inseguito dai carabinieri. Arrivai all’inizio dell’ultima salita. Camillo Spadano cronometrò gli ultimi 3 km. Il tempo fù strepitosamente migliore del mio record sulla stessa distanza in pista che raggiunsi l’anno prima. Arrivando in cima al corso mi resi conto che non c’era il filo di lana tra la folla accalcata. Vidi a terra una striscia bianca con la dicitura “Arrivo” ma stranamente questa non corrispondeva con la linea di partenza. Per evitare di sbagliare continuai a “tutta birra” per altri 50 metri. Non c’era un giudice di gara riconoscibile, ne tanto meno un cronometrista. Non capivo cosa stesse succedendo ma mi dissero di tornare dietro, cinquanta metri prima della striscia bianca. Rifeci la volata ma questa volta più lenta. Ad aspettarmi c’era il fotografo ma il cronometrista ancora no.

Dietro di me non si vide arrivare nessuno per un tempo che mi sembrò lunghissimo. Una decina di minuti almeno. Poi dal fondo della discesa spuntò la testa di Marcello Pacifico. Vinciguerra e Ortensi arrivarono molto distaccati da Marcello. I giovani locali arrivarono ancora più tardi, credo almeno altri dieci minuti dopo.

Mi resi conto di aver fatto una prodezza per me senza precedenti e mi turbò la soddisfazione che provai, perchè tutto era stato così facile, così senza sforzo, quasi come se avessi avuto le ali ai piedi. La premiazione venne imbastita in fretta dai responsabili subito dopo la gara. Le coppe d’argento, sfulgenti al sole, e gli altri premi, ci sembravano esagerati per il tipo di gara ma, in fondo, ce li aspettavamo. Chiamarono i primi tre sul podio. Ci dissero che le coppe e gli altri premi non erano per noi perchè eravamo dei “professionisti”. (Eravamo dilettanti puri, come tutti quelli che facevano gare di atletica a quel tempo). Tutti i premi sarebbero andati ai ragazzi del paese e dei dintorni, a noi invece solo una stretta mano. Vennero annunciati dei tempi super inflazionati, diciamo pure inventati. D’altronde senza i cronometristi e i giudici di gara come si potevano avere dei dati precisi!.

Non mi misi a discutere e nè protestai. Chi poteva immaginare che la Miglianico Tour a cui avevo partecipato come allenamento di relax estivo, sarebbe diventata un prestigioso appuntamento internazionale per i migliori maratoneti del mondo.

Oggi vorrei avere di nuovo i miei 19 anni e lo stato di grazia di quella gara per riprovarci. Con questa esperienza che rappresenta un punto cardine e indelebile della mia storia personale, potei verificare cosa si sente quando al termine di un lungo processo di preparazione, pratica e crescita se ne raccolgono finalmente i frutti, anche se, purtroppo, inaspettatamente e in maniera non riconosciuta dagli altri. Una gratificazione di questo tipo, che prende tutto di sè, segna la vita, contribuendo al suo assetto principale. Infatti tutte le cose a cui mi sono dedicato con successo e di cui ho goduto sin da allora, hanno avuto percorsi analoghi.

Pasqualino Colombaro taglia,
per la seconda volta, il traguardo della 1ª edizione.